Uno si assegna il ruolo di produttore di supercazzole, vestite da riflessioni generali, e si ritrova a non sapere come riprendere il filo delle emozioni di troppi giorni spesi senza la benché minima produzione scritta.
In effetti è quasi impossibile dipanare tra le immagini degli ultimi giorni le istantanee che valgono una riflessione. Sono tante, forse troppe e anche cercare di ordinarle temporalmente mi mette in difficoltà.
Potrei riprendere dalla selvaggia solitudine del campeggio (si fa per dire) di Capo Scalambri a casa del Commissario Montalbano che ti avvinghia e non ti lascerebbe mai partire. Che poi, se confronti questa selvaggia solitudine con quella che trovi subito dopo nell’area sosta di Calamosche, all’Oasi di Vendicari, ti sembra di essere stato in un resort a 5 stelle.

Ma a noi piace così. Male sopporto i campeggi troppo organizzati e ancor meno le animazioni, anche se la musica funky, da September Groove, che fa da sfondo a queste righe nel Fabolous Village Di Roma dove stiamo sostando è una delizia davvero.
La differenza, come in tutte le cose, la fanno le persone, in primis e poi, subito dopo, il cibo.
E qui la sequenza di riflessioni generali sarebbe lunga e articolata, ma prima, come un fulmine a ciel sereno, devo parlare del lampo di genio di Elisabetta che ha sostituito, senza trovare nessuna resistenza, la tappa a Pompei con quella a Carovigno, Puglia, casa nuova di Miriam ed Enrico e Leo.
Si perché la mia idea di risalire l’Italia facendo una tappa intermedia a Pompei, alla ricerca delle prime iscrizioni in latino della parola, è stata meravigliosamente accantonata e ha lasciato il posto ad un lungo tragitto che ci ha portato dal sud della Sicilia al centro della Puglia.
Vedere Miri, Enrico e Leo felici nella loro nuova e meravigliosa proprietà è stato un tuffo nel benessere assoluto che ti avvolge quando sei con le persone che ami. Mentre gioco con Leo come fosse la parte fanciulla di me stesso, mentre con Elisabetta aiuto Miriam in cucina sentendo tutta la sua accogliente riconoscenza o mentre mi coccolo Enrico come avesse l’età di Leo degli indelebili cuoricini si stampano sui mie occhi. È una questione, come dire, di luce. Quella fuori che fa risplendere il bianco di una casa che racconta una storia che è già tua o l’azzurro di una piscina dalla quale non usciresti mai. Tanto meno se ci giochi al motoscafo con Leo. Ma è la luce che avvolge questi ragazzi così giovani e così bravi a saper scegliere e realizzare questo sogno di posto che potrebbe riempire, da sola, ogni possibile riflessione su questi giorni.


Epperò il “mio perimetro da filosofo” mi obbliga a tornare un pochino indietro. E qui non so cosa scegliere. Se parlare dei coralli visti sott’acqua davanti all’Isola delle Correnti, della piazza di Marzamemi, della ventresca di tonno in scatola di Adelfio o di Campisi, del barocco di Noto, della delusione della spiaggia di Calmosche infestata di persone e plastica (siracca) o della strepitosa cremolata al famoso carrettino delle delizie del maestro gelatiere Paolo Zuccarello, a Portopalo.
Allora, nel non saper scegliere un posto o un’emozione, scelgo di romanzare un po’, ancora una volta, sulle persone che abbiamo incontrato. A partire dal Comandante Domenico Taccone, 79 anni, proprietario di una delle casette di pescatori che si affacciano sulla riva di Portopalo di Capo Passero.

Attacco discorso con lui commentando il cambiamento del posto rispetto a quanto avevo visto esattamente vent’anni fa, quando ero stato qui, nell’altra vita. E, da una battuta, partono 40 minuti di chiacchiere di vita ospitati all’ombra della sua casetta dove ci invita ad entrare per parlare meglio.


Proseguendo con Salvatore, il cameriere della dissestata, ma affascinante area sosta di Calmosche (lo scarico non è possibile perché sequestrato). La sua intraprendenza e chiacchiera è trascinante e la bontà (e abbondanza) dei piatti serviti al ristorante dello zio è inversamente proporzionale alla raffinatezza del posto (che, come detto, tutto è tranne che raffinato).
Posso continuare con la coppia di camerieri, lui e lei, fidanzati, partiti da Cerignola (lui a 15 anni…) che ci hanno servito stasera al ristorante di questo campeggio (agnello strepitoso, il resto nella media) e che ci hanno praticamente raccontato la loro vita, probabilmente conquistati dalla nostra disponibilità al dialogo.
Ma preferisco chiudere con la cena di ieri sera alla Garbatella. Cena con dei colleghi che è riduttivo chiamare amici. Perché con loro mi sento in famiglia e lo stesso è stato per Elisabetta. Mi hanno accolto come capo ignorante nella mia ultima esperienza lavorativa aiutandomi con la loro straordinaria competenza ed altrettanto empatica predisposizione al lavoro di squadra. Gli abbracci che ci siamo scambiati alla fine (e all’inizio) di una cena senza fronzoli, ma con tanto cuore, sono una splendida conferma di quanto ci vogliamo bene davvero.

E quindi, chiudo davvero in bellezza e rimando alla prossima giandonata le future riflessioni generali. Per adesso devo riflettere sul titolo di questo post, che è una famosa frase del mio papà, rivolta a me e al mio amico Enrico nel momento della nostra decisione di trasferirci dall’università di Pisa a Padova.
Si perché, non sono sicuro che lo spazio lasciato ai miei studi dalla caterva di emozioni ed esperienze che ho solo sommariamente riassunto in questi post, sia sufficiente ad affrontare un esame (con la mia asticella di aspettative) in luglio. Ma, tanto, non ho mica alcuna fretta e posso permettermi il lusso di rimandare per l’ennesima volta. Tanto, a quel “Siete forse dei falliti?” c’ho fatto l’abitudine e so che mi perseguiterà per sempre…

