Non è della bellissima città che voglio parlare.
Né delle emozioni che trasmette con i suoi Sassi, che non sono case, ma quartieri.
E nemmeno dei panorami che la circondano e che, in questa stagione, ricordano, senza eguagliarle, certe foto di Franco Fontana.
Ma andiamo con ordine e partiamo proprio dal momento in cui abbiamo lasciato Matera alle spalle, puntando la prua del Rospo, il nostro camper, in direzione Gran Sasso.
Chi ha mai guidato un camper sa che assomiglia a una limousine solo per le dimensioni, ma il rumore in cabina, per quanto attutito, è più vicino a quello di un camion. Se poi al rumore del motore aggiungi quello delle irregolarità dell’asfalto, gli scricchiolii dei mobili e tutto il resto, ti fai l’idea di come il viaggio non sia propriamente una rilassante immersione nel silenzio.
Questa ormai abituale baraonda di rumori non ci ha impedito però di sentire, qualche decina di chilometri dopo la partenza, una specie di miagolio provenire dalle bocchette di aerazione.
Sulle prime, come penso sia normale, abbiamo pensato di aver sentito male.
Poi il miagolio si è ripresentato.
Cercando nelle pieghe dei pensieri laterali, ho provato ad associare quel rumore a una cinghia o a qualcosa di meccanico che stava iniziando ad urlare per uscire.
O ad un uccellino che si era infilato dentro i tubi di aerazione.
Quindi abbiamo fermato il camper nella prima area di servizio e iniziato una serie di ispezioni nel vano motore. Che, in un motorhome come il nostro, è un connubio tra meccanica e vetroresina: una via di mezzo tra il muso di un furgone e la prua di una barca.
Niente. Nessuna presenza sospetta.
Ovviamente, quel rumore, che assomigliava sempre più a un miagolio e sempre meno a qualcosa di meccanico, non si palesava mai durante le soste e ricompariva, sempre più flebile, nel bel mezzo di una tratta a centoventi all’ora.
Per farla breve, dopo esserci fermati almeno sei volte, aver ispezionato ogni vano ispezionabile e aver atteso invano il miagolio seduto davanti al Rospo con la bocca (del Rospo) aperta ci siamo arresi e abbiamo puntato senza più soste alla nostra meta: il campeggio ai piedi della Funivia del Gran Sasso.
Ancora prima di posteggiare abbiamo dichiarato alla signora del campeggio che avevamo un ospite clandestino.
Si è subito interessata, ma poi, tornata al suo lavoro, mi ha lasciato lì da solo davanti al Rospo con la bocca aperta, in attesa di un segnale proveniente dal cofano.
Niente!
Poi ho avuto l’intuizione di guardare dove avevo già messo le mani, ma senza infilare la testa. E, incastrato tra la plastica del fanale e la carrozzeria del muso del Rospo, l’ho visto.
L’HO VISTO!!!
La signora è subito accorsa e ha cercato di prenderlo infilando il braccio dentro la bocca del Rospo.
È riuscita ad afferrarlo solo per un secondo, perché il fetente l’ha morsicata e si è dato alla fuga.
Con un’energia e un’agilità inaudite, dopo aver percorso quasi 500 chilometri aggrappato a un fanale a centoventi all’ora, è riuscito a eludere ogni tentativo di cattura e si è infilato nel bosco confinante, passando sotto una rete di recinzione.
Per la seconda volta abbiamo pensato che la natura dovesse fare il suo corso e che, almeno stavolta, non avremmo dovuto cercare un cadavere abbrustolito nel motore.
Invece, la mattina dopo, il flebile miagolio continuava a provenire dal bosco.
E un secondo Angelo, il conduttore della funivia che, come la signora, si merita questo appellativo, si è intrufolato tra gli alberi e, tutto graffiato, ne è uscito vittorioso con la belva appesa per una zampa, ma viva e miagolante.
A quel punto Angelo 1, la signora del campeggio, si è subito presa cura del clandestino.
L’ha messo in un trasportino e l’ha portato dalla veterinaria.
Sappiamo che è una femmina, pesa 520 grammi e ha più o meno un mese.
Poi l’ha tenuta con sé a dormire.
Questa mattina siamo andati a chiedere.
La gattina era in braccio ad Angelo 1.
Gli occhi a mandorla di un blu intenso spalancati verso di noi erano ancora un po’ increduli, ma aveva mangiato ed imparato a fare i suoi bisogni nella lettiera. Era così tranquilla al punto da fare le fusa.
Dai baci e dalle coccole che dispensava mentre ce la mostrava abbiamo capito che Angelo 1 era completamente cotta di lei.
Talmente cotta che, siamo quasi sicuri, la terrà lì con sé.
Ha già iniziato a presentarla ai suoi tre cani e tre gatti e crediamo che non ci ripenserà.
Anche perché le ha già dato il nome: Matera.


