Sulla spiaggia di Maladroxia, dove siamo capitati oggi, si affacciano una serie di casette che un tempo dovevano essere di pescatori. Le loro barche, forse, erano ormeggiate a delle boe attaccate ai corpi morti che vedo, abbandonati, guardando sotto acqua mentre nuoto nello specchio di fronte alla riva. Quelle case sono oggi sono probabilmente appartamenti di vacanza, anche se la spiaggia sembra occupata da gente del posto. Almeno questa è l’impressione sentendoli parlare del vento che sferza la riva. Sembra conoscano ogni sfumatura e variazione delle brezze, a volte molto più che brezze, che piegano gli alberi ed alzano proiettili di sabbia. Il vento è cambiato e, dal caldo ed asfissiante Scirocco che spira da sud est, siamo passati al classico Maestrale, da nord ovest. É ancora più forte, ma almeno non dà la sensazione di essere davanti ad un phon caldo.

Le case sulla spiaggia di Maladroxia

A riva passeggia una coppia. Sono due donne. Madre e figlia e si tengono per mano. La mamma è anziana e dai movimenti lenti e dalle espressioni assenti mi evoca un inizio di quella malattia che ha rapito la mia mamma.

Vedere quella signora anziana che, spero di sbagliarmi, ma probabilmente è destinata allo stesso declino, mi ispira una tenerezza incredibile e, allo stesso tempo, una forte rabbia per non aver saputo approfittare di ogni momento in cui avrei potuto godere della bellezza e della dolcezza della mia mamma. Lo dico spesso a Elisabetta, che ha la grande fortuna di poter sentire la sua mamma tutti i giorni. Troppe volte avrei l’istinto di telefonare anch’io alla mia, ma mi raggela subito il fatto che, da tanto tempo non posso più farlo.

Il ricordo della bellezza della mia mamma divampa come una fiamma nella mia mente. Mi sovvengono le immagini della sua pelle scura, bruciata dal sole di quegli interi mesi di luglio passati a Cattolica, al bagno da Giuseppe.

Al mare di Cattolica

Era una donna straordinariamente bella e altrettanto poco appariscente. I suoi zigomi pronunciati ed i suoi occhi neri avevano un fascino tzigano che certamente avrà provocato qualche gelosia nel mio papà. A casa mia c’era una crosta, uno di quei quadri da 4 soldi in finta pittura ad olio che ritraeva una zingara che le assomigliava. Probabilmente un suo regalo da uomo innamorato della sua bellezza.

Vabbè, le mie non sono descrizioni di tappa, ma riflessioni generali e quindi posso permettermi questi pipponi.

Domani lasciamo la Sardegna e, come mi è solito, sarebbe ora di fare qualche bilancio. Non ho però tanta voglia di riepilogare le cose belle. Ho già speso le mie parole sulla bellezza di questi posti e assegnato anche le mie personali classifiche.

Faccio solo una piccola riflessione su ciò che mi manca e ciò che non mi manca dopo più di un mese di vita da nomade. A parte la mamma di cui sopra, che è una mancanza che non si può colmare, mi mancano tanto i figli (e le quasi figlie). Tante volte ho desiderato averli qui con noi come accadeva anni fa. In più ora ci sono anche i nipoti (uno solo che vale per 10). Mi mancano poi gli amici o i parenti con i quali condividere una cena, un panorama o un semplice aperitivo. Ma sono tutte mancanze superabili. Non mi manca per niente una casa, un posto fisso in cui stare stabilmente. Come fossi diventato un po’ più nomade. La cosa mi stupisce, ma al tempo stesso mi affascina. Vuol forse dire che son pronto, o quasi, a dei grandi cambiamenti.

La Luna

e Venere immortalate dalla (loro) bellezza

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