Il nastro d’asfalto liscio e quasi raffinato che corre lungo le coste e si insinua (non sempre per tutti) nelle spiagge della Costa Smeralda è solo un ricordo. Al suo posto si srotola nella Gallura un molto meno elegante susseguirsi di buche e piccoli crateri che fanno sobbalzare il camper e sistemano, a modo loro, le stoviglie dentro gli armadietti. Siamo diretti a Castelsardo, un antico borgo arroccato su una rupe che si affaccia su un mare dai classici colori sardi. Sarà la luce del sole di giugno, a volte riflessa dal nero delle nuvole, o la presenza di fondali a volte sabbiosi, con tinte chiare, a volte scuri perché rocciosi o ricoperti di poseidonia, ma le sfumature di colore di questi mari creano immagini che lasciano il segno.

Castelsardo dal parcheggio del cimitero dove si può sostare con il camper

La scarpinata per arrivare in cima al castello vale la pena. Penso però che valga solo in questa stagione, dove dominano gli stranieri che sono, per forza di cose, molti meno dell’orda di italiani che in alta stagione si affanneranno sudaticci ed imprecanti su per gli scalini. Capisci che sei in bassa stagione anche dal fatto che i ristoranti, quasi tutti aperti, sono mezzi vuoti. I camerieri tentano tutti invano, a dire il vero con modi gentili e per niente indisponenti, di attirarci al loro tavolo. Resisto più di una volta al pensiero di assaggiare l’aragosta che qui è di casa. Ci accontentiamo di un semplice gelato (ma con panna montata) nella piazza ai piedi della salita.

Santa Maria delle Grazie a Castelsardo

Il programma prevede di raggiungere l’area di sosta “La Pineta” nella penisola di Stintino. L’abbiamo scelta principalmente per evitare di infilarci nel casino di parcheggiare nei pressi della spiaggia La Pelosa, tappa immancabile per chi viene da queste parti. Il motivo principale però è che si parla molto bene del ristorante adiacente. Mi piace l’idea di poter mangiare bene senza la preoccupazione di non bere per guidare la vespa (o peggio) il camper.

Poi, per andare alla Pelosa, c’è un comodissimo servizio di navetta che ci offre un ragazzo del posto. Per 3 euro a testa ti porta e viene a riprenderti. Tra l’altro, anche se di poche parole, riusciamo a scambiare con lui qualche impressione sui posti qui attorno.

Per entrare a La Pelosa bisogna prenotare sul sito spiaggialapelosa.it e pagare 3,50 euro a testa.

La spiaggia è davvero notevole. Una sabbia bianca che sembra polvere da tanto è fine e un mare che declina così lentamente da obbligarti a camminare per almeno cento metri prima di poterti immergere. I colori però sono straordinari e, lì di fronte, la successione dell’Isola Piana e dell’Asinara completano un panorama selvaggio. Se non ci fossero le migliaia di persone a mollo sarebbe un contesto davvero paradisiaco.

La Pelosa il 6 di giugno…

Alla sera, al ristorante La perla del golfo la cosa che mi è piaciuta di più, a parte il cibo, è stato il clima famigliare e, soprattutto, la cameriera. Niente di intrigante, poteva essere mia figlia, ma era così bella, con un sorriso e due occhi così abbaglianti che mi ha conquistato fin dal primo momento che l’ho vista quando sono andato a prenotare. Devo dire la verità, sempre senza alcun intrigo, ma l’ho anche sognata questa notte.

Parlando di cibo, che è meglio…, mi ha intrigato, soprattutto, la fregola con le arselle. Rossa e brodosa, a grana grossa, era davvero buona. Così come buona è stata la catalana di rana pescatrice. Una ricetta da provare.

Non siamo invece riusciti ad estorcere alla cuoca, che ci hanno dipinto gelosa di questo, la ricetta dell’infuso (alcolico) al finocchietto offerto a fine cena. Un qualcosa ottenuto con un procedimento simile a quello alla base del limoncello che Elisabetta si propone di provare una volta a casa.

Infuso alcolico al finocchietto

A proposito di Elisabetta, non vedo alcun segnale di nostalgia, o ancor meno di pentimento, nei confronti della sua scelta. Sembra non aver mai avuto a che fare con omnichannel, onboarding, easy open né nessuna di quelle keyword della word cloud che avevo disegnato ascoltando le sue call. Mi piace questa cosa!

Nostalgia canaglia dove sei

Dopo Stintino, manovrando con difficoltà e qualche piccolo intoppo l’uscita dall’area sosta, puntiamo al camping Torre di Porticciolo. Le difficoltà nella manovra di uscita sono dovute in gran parte alla mia impazienza, ma anche alla difficoltà della moglie del camperista a capire due cose: la prima, dagli specchietti non si vede una persona che sta dietro al camper. La seconda, col rumore del motore non si sente una persona che parla dietro il camper. Dopo un piccolo urto ad un albero, per fortuna innocuo e una poderosa siracca suina, chiedo alla (mia) moglie del camperista di sedersi al posto di guida per rendersi conto della visuale disponibile. Forse, questa è davvero la fine della leggenda e, dalla prossima volta, riceverò indicazioni visibili e comprensibili…

Il campeggio Torre del Porticciolo non è enorme ed è ben organizzato in una pineta sovrastante un piccolo ed incantevole golfo protetto da una torre di avvistamento.

La spiaggia sotto al campeggio

Dopo aver sistemato il camper ci godiamo il sole sulla spiaggia ritornando alla piazzola solo per cucinare le lumache che abbiamo comprato ieri in un chiosco di frutta e verdura lungo la strada. Al museo di Castelsardo esponevano i cesti anticamente usati per spurgarle e abbiamo scoperto che, in sardo, lingua romanza diversa dall’italiano, si chiamano sintzigorrusa.

Le ho cucinate, come mi ha spiegato la signora del chiosco, alla sassarese, con aglio prezzemolo pomodoro (anche secco) vino bianco e peperoncino. Direi che sono andate bene…

Lumache alla sassarese

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